"La Donna"

ELSA MORANTE: LA DONNA, LE DONNE

 

• PARTE I: LA PREDILEZIONE PER LE DONNE FORTI
 

All’interno dei romanzi di Elsa Morante si ritrovano sempre personaggi femminili. Al variare delle situazioni queste donne possono essere personaggi forti, deboli, devote; anche le figure maschili sono forti, deboli, atei. In ogni caso tutti questi personaggi sempre tendono ad una figura femminile forte, androgina; oppure, ad una figura maschile inetta. Tutto questo ci porta a pensare che Elsa Morante stessa fosse androgina, una donna forte.
 

• PARTE II: DONNE FORTI E UOMINI INETTI
 

• SEZIONE I: LA DONNA NELLA VITA PRIVATA DI ELSA MORANTE

Del resto nella vita della scrittrice le donne forti sono spesso presenti. La stessa Elsa, nata a Roma da Irma Poggibonsi e Francesco Lo Monaco, vive con Augusto Morante, padre anagrafico. Quindi Elsa stessa sarebbe il frutto di un amore extraconiugale della madre. Da tutto ciò ne consegue che Irma dovesse essere una donna con un carattere molto forte. Non dimentichiamoci, inoltre, che Elsa, poiché non frequentava le scuole elementari, fu ospitata dalla madrina donna Maria Guerrieri Gonzaga, di cui la stessa scrittrice ci fornisce una breve descrizione del carattere quando dice: «Venne un giorno una lontana parente, che aveva per sua sorte favolosa sposato un conte ricchissimo. Ella mi guardò e con pietà disse: “La porto a vivere con me, nel mio giardino”».
Da queste poche parole, scritte nei quaderni dell’infanzia, possiamo capire come questa madrina fosse una donna con un carattere molto forte e scaltro.
 

• SEZIONE II: LE DONNE NELLA NARRATIVA MORANTIANA SONO FORTI…

Come ogni artista che si rispetti, anche la Morante, nelle sue opere, riflette quella che è la propria vita, quelle che sono le proprie esperienze. La stessa Anna di “Menzogna e sortilegio” ha un carattere forte, sin da bambina. La madre Cesira, infatti, è dominata da Anna sin da quando questa era bambina. Ecco perché «con quello sguardo, la fanciullona di undici anni iniziò il suo dominio sulla mente confusa di Cesira. Fu lei, da quel momento, la padrona. La sua fanciullezza finì, e Cesira non poté mai più liberarsi, in presenza della figlia, da una soggezione servile e pavida: non dettata però dall’amore». Ma, il dominio di Anna sulla madre non si ferma qui, ma arriva fino al punto che Cesira «aveva per Anna delle attenzioni servili: prima di recarsi alle sue lezioni, le portava la colazione a letto, dove Anna pigramente s’indugiava». Spiccando un volo verso “L’isola di Arturo” il panorama non cambia di molto. Quando Violante va a visitare Nunziata si comporta da donna forte e decisa, quando annuncia alla figlia quasi «con risolutezza selvaggia» che, in realtà, «Son venuta a ripigliarti, nenna mia. Alzati subito, prendi la tua creatura, e, in camicia come ti trovi, tornatene a casa!»; ma questa risolutezza è fermata dalla convinzione di Nunziata nelle sue scelte che le fanno dire: «Oi mà, (…) siete venuta qua per dirmi queste brutte cose!» e, per giunta, tronca il discorso con un solenne «State zitta, mà» che rivela come la vera donna risoluta è Nunziata e non Violante, che, così facendo, si rivela essere un personaggio prigioniero di se stesso.
Ne “Lo scialle andaluso” la madre diventa colei che «per acquistare le eleganze al figlio aveva venduto la propria trousse d’oro». A questo punto qualcuno ci potrà obiettare che «Quando Andrea annunciò a sua madre l’intenzione di rinchiudersi in un Istituto religioso (…) Giuditta trovò che questa era un risorsa provvidenziale»: “Questo vuol dire che non era una buona madre?” Al che ci sentiamo di rispondere: “Una vera madre, dico degna di questo nome, non mette al primo posto la felicità dei figli anche se questo potrà significare l’allontanamento?”: proprio per questo ci sentiamo di affermare che Giuditta Campese è stata una buona madre e, quindi, una donna forte.
Se, poi, per gusto del contrario, qualcuno voglia sostenere che con questo la Morante si scagli contro le madri, portando come riscontro la scelta della scrittrice di non avere figli, ci pare fin troppo scontato affermare che, con certezza, questa scelta sia da attribuire ad una profonda conoscenza che l’autrice aveva di sé, perché sapeva già di non essere in grado di crescere un figlio.

 

• SEZIONE III: …MA SONO ANCHE DEVOTE…

Le donne, a seconda delle situazioni, diventano anche devote, donne pie. Per Pascuccia Monaco di “Menzogna e sortilegio”, ad esempio, la religione è esasperata a tal punto da «far andare in giro i maschi protetti dalle sacre immagini». Ma la religiosità viene anche travisata, tanto da essere intercalata tra un litigio ed un altro di Cesira, al punto che «Anna l’aveva veduta più volte, durante i litigi col marito, (…) mormorando bizzarre orazioni». Ma Cesira arriva anche a usare la religione per combattere Anna, tanto da risponderle: «Che tu sia maledetta (…). Sì, ti maledico, TI MALEDICO…» Ma la vera donna devota è Nunziata. Infatti: «passando davanti a una nicchia, dov’è esposto, (…) un quadretto di Maria Vergine, (…) si fece il segno della croce». Arrivata nella sua stanza, poi, «estrae dalla valigia con sommo rispetto (…) Ella non credeva a una sola Madonna, ma a molte: la Madonna di Pompei, la Vergine del Rosario, la Madonna del Carmine». Ma c’è anche il lato opportunista delle donne religiose, come Concetta Cerentano, che, quando il figlio è gravemente ammalato «in disparte si torceva le mani e s’inginocchiava con ardenti suppliche davanti alle immagini». Ma quando Edoardo guarisce dalla malattia «si cantavano (…) Te Deum di ringraziamento» e, poi, come se nulla fosse accaduto, la religiosità si attenuava.
 

• SEZIONE IV: …FINO A DIVENTARE DEBOLI.

Elsa Morante, infatti, considera anche che le donne eccessivamente pie, diventano deboli. Quando Concetta, seppe che «già da parecchie domeniche Ginevra s’asteneva dall’Eucarestia» la maledisse, dicendo che «ella dovesse prepararsi a lasciare la casa l’indomani».
 

• SEZIONE V: LINGANNO MASCHILISTA…

Per coloro i quali, dopo la lettura de “L’isola di Arturo”, volessero, in qualche modo sostenere che la Morante fosse maschilista, dimostrerebbero solo di non averlo letto attentamente. Sì, ad un’attenta lettura, si noterà che il romanzo, pur essendo maschilista, in apparenza, si rovescia tutto nel momento in cui le certezze assolute di Arturo decadono. Infatti, sebbene, «Tutte le grandi azioni (…) erano compiute da uomini, mai da donne. L’avventura, la guerra e la gloria erano privilegi virili» Nunziatella risponde che «senza le donne il mondo cesserebbe», sostenendo così, a buon titolo, l’essenzialità delle donne nella vita.
 

• SEZIONE VI: …E GLI UOMINI PERENNEMENTE INETTI
Gli uomini, infatti, oltre a non essere fondamentali sono anche inetti. Nel racconto “Un uomo senza carattere”, infatti, il protagonista – narratore, ci rivela l’inettitudine dell’uomo che raggiunge l’apice nella frase: «Peccato che del poeta non avessi il genio e, del cavaliere, il coraggio». Gli uomini, perciò, diventano “botti” piene di rimorsi e sensi di colpa, come accade al narratore del racconto quando afferma che: «uccidendo quest’illusione ho ucciso lei stessa», riferendosi a Candida.
 

• PARTE III: ARRINGA
 

• SEZIONE I: DONNE FORTI
La Morante amava le donne forti, in quanto lei stessa era una donna dal carattere forte che, nella sua vita privata, ha sempre ricercato la libertà. Per questo, come abbiamo sostenuto, possiamo ribadire che questa parte del carattere dei suoi personaggi femminili è stata influenzata dalla vita privata.
Le donne nella narrativa morantiana, poi, sono donne dal carattere forte in quanto Elsa le amava. Sono anche devote, anche se spesso scadono nella debolezza di carattere, ma questo solo per mettere in guardia.
L’espediente stilistico della redazione del romanzo in chiave maschilista, come abbiamo sostenuto in precedenza, è solo un inganno per sostenere in realtà le tesi contrarie, che, cioè, senza donne il mondo non può vivere, perché gli uomini sono perennemente inetti e incapaci di tenere le redini della storia.

 

• SEZIONE II: IL BILANCIO
Elsa Morante, infine, quale donna passionale afferma in “Menzogna e sortilegio” che «le donne passionali nella virtù possono provare, verso le donne passionali nel peccato, (…) o un grande amore (…) o un odio spietato e cieco».
Per tutto questo la scrittrice amava le donne androgine, come d’altronde lo era lei stessa.

 

Scritto da Leone Carlo