"Il Viaggio"

 

Con l’ultimo romanzo, “Aracoeli”, pubblicato nel 1982, Elsa Morante, una delle più illustre scrittrici della narrativa novecentesca italiana, abbandona la ricerca di un pubblico solidale e consenziente; ogni illusione su una possibile << salvezza >> del mondo e sulla funzione << positiva >> che un’autrice del suo calibro può giocare nella realta.
“Aracoeli” rappresenta l’opera più fraintesa fra tutte le altre, la più misteriosa e probabilmente la meno amata.
A mio avviso, si tratta, però del romanzo morantiano più coraggioso, in quanto è la dimostrazione di saper raccogliere la prova più difficile alla quale è chiamata la narrativa occidentale, nell’affrontare il tema del viaggio, della morte, del rapporto madre-figlio, qui ripreso con maggiore strazio, la “diversità” e l’infanzia poco felice.
Ma è il primo che ho deciso di soffermarmi ad analizzare.
Effettivamente, il romanzo di “Aracoeli” segue il percorso di un ritorno alle origini, e approfondisce un terrificante confronto con la morte.
Protagonista è una figura maschile, come ne “L’isola di Arturo” di nome Manuele, il quale decide di partire per la Spagna alla ricerca dell’ immagine di Aracoeli, la madre andalusa scomparsa quando egli si avviava a vivere i suoi primi anni dell’infanzia.
Ma, al contrario di Arturo, Manuele è un personaggio “diverso”, con una vita di fallimenti e solitudine alle spalle, molto infelice e solitario, dall’aspetto goffo e con un corpo smembrato e deformato sin dal tempo della crescita.
Rievocando la nascita del protagonista la Morante gli fa dire: << Vivere significa l’esperienza della separazione, ed io devo averlo imparato fin da quel quattro novembre col primo gesto delle mie mani, che fu di annaspare in cerca di lei, nell’unica tana, persa ormai chi sà dove, in qualche strapiombo >>.
Da questa citazione emerge chiaramente la condizione di Manuele, il quale, oramai invecchiato e triste, ritiene che l’unico motivo per cui valga la pena di vivere sia mettersi in cammino verso le origini, alla ricerca della verità, destinazione: El Almendral << minimo punto periferico ignorato dalla geografia >>.
A mio avviso, questo suo viaggio si configura anche sotto le vesti di un “mitico giardino”, che corrisponde al mondo infantile di Totetaco, il nome con cui il bambino sillabava la residenza nel quartiere di Monte Sacro.
Manuele cerca là l’immagine di Aracoeli bambina, cioè quell’Aracoeli che non ha mai conosciuto, ma che corrisponde a un doppio di lui stesso.
Ritengo inoltre che il suo pellegrinaggio nel paese di origine sia soprattutto “interiore”, al fine di ricongiungersi idealmente alla madre morta, Aracoeli, appunto, e pacificare le sue memorie tormentate.
In “Aracoeli”, quindi, a differenza de “L’isola di Arturo”, che è il romanzo morantiano del sogno e della sfrenata immaginazione, il sogno diventa allucinazione e incubo.
La Morante inoltre costruisce il romanzo entro un possibile schema edipico nello spazio e nel passato.
Quest’ultimo è il vagheggiamento di un tempo irrimediabilmente perduto, e la madre è oggetto di un amore struggente ed infinito e di un ripudio assoluto al contempo.
Infatti, Manuele si chiede: << Io mi domando se perfino con questo viaggio, sotto il folle pretesto di ritrovare Aracoeli, io non voglia piuttosto tentare un’ultima, sballata terapia per guarire di lei >>.
Lo spazio rappresenta una regione spagnola, che doveva essere tutto un giardino d’aranci, mandorleti, roseti, gelsomini d’Arabia, nacchere e chitarre, e connotato soprattutto dalla dittatura di Francisco Franco, giunta ormai al suo epilogo.
A tal punto mi domando se il viaggio, tematica che ho voluto approfondire in “Aracoeli”, possa avere un riscontro determinato nell’attuale contesto sociale.
E penso proprio di sì. Probabilmente in molti non la penseranno analogamente, ma io credo che esso sia (come lo è stato per Manuele) l’unico espediente per mezzo del quale un giovane omosessuale e disadattato possa “evadere” dalla realtà.
Pertanto, nasce col passare degli anni il tristemente famoso disagio giovanile, che per molteplici versi rappresenta un problema di difficile soluzione, soprattutto per quei giovani “diversi” e che ormai pensano di non contar più nulla, ritenendosi inutili.
Essi sono discriminati, e non considerati nella società moderna come quella di oggi che si rivela “colpevolmente” incapace di accoglierli e di far mutare la mentalità di ognuno di noi.
Ma la tematica del viaggio, a mio parere, può divenire un ulteriore espediente per cui Manuele, ormai decadente e fallito, senta la necessità di mettersi in cammino, alla ricerca della sua stessa persona, attraverso la figura materna di Aracoeli.
Pertanto Manuele siamo noi, Manuele è l’uomo infelice del novecento, Manuele è l’uomo del nuovo millennio e lo sarà per sempre!!

 

Scritto da Elia Maria Grazia