"Useppe - Madre"

 

 

Madre e figlio, universi opposti ma paralleli.

 

“La Storia” è uno dei romanzi della scrittrice Elsa Morante, risalente al’900, ambientato in un contesto storico duro e difficile: il secondo conflitto mondiale. Il romanzo ricco di personaggi, riesce ad esprimere diverse tematiche, ma, personalmente, in particolare su di una ho argomentato una mia precisa idea, ispirata da uno dei protagonisti, Ida Ramundo e suo figlio Useppe, personaggio chiave del romanzo, il cui rapporto così lontano ma così vicino suscita l’idea, di una “infanzia curata” ma impossibile.

            La Maestra Ida Ramundo, donna timida e dimessa la cui presenza inconsistente e la figura minuta sottintendono una travagliata vita interiore, è tormentata da ansie, presentimenti e incubi che le impediscono di avere sonni regolari, e che la lasciano avvilita e priva di forze. La Morante in un lungo flash-back sull’infanzia di Ida ci rivela le lontane origini delle sue paure e delle sue ossessioni: un’appartenenza razziale (l’ebraica), ereditata dalla madre, che in quel contesto storico le causa sempre più angosce; e una malattia nervosa che attualmente si è sì dileguata, ma solo in superficie, infatti eccola riaffiorare brutalmente in Useppe. Il piccolo infante, ricco di una grazia lieve e gentile, è l’esemplare rappresentazione di una condizione transitoria, ma in sé perfetta: l’infanzia. Minuscolo, carino, egli avanza nel mondo pieno di entusiasmo, incantato d’ infinite meraviglie. La sua mente è ingenua, del tutto sgombra del giudizio che oscura la psiche degli adulti, il suo universo è ancora intatto e non diviso tra il Bene e il Male. Tuttavia, proprio questo rapporto con la madre vicinissimo, quasi un “unico”, gli causa le prime apparizioni del male: le crisi epilettiche, le foto dei lager, il ripudio di Davide, ecc… I loro mondi risultano perciò all’inizio opposti, ma in realtà sono un tutt’uno, una unica persona, soprattutto alla fine del romanzo. La madre Ida a causa della sua paura, delle colpe che si assume per i pregiudizi del tempo è estremamente pessimista e totalmente lontana da una mente innocua e “viva” di un bambino, almeno al principio. Fin dall’inizio, da quando, subita la violenza del soldato tedesco, si accorge di essere incinta per lei tutto ciò sembra essere solo un peso in più, un qualcosa che la renderà più colpevole di quanto lei “creda di essere”, un qualcosa che non le appartiene: […] ­ma le piccole botte che lui dava parevano d’informazione, più che di protesta- “Vi do notizia che ci sono, e mi arrangio malgrado tutto, e sono vivo. Anzi, già m’incomincia una qualche voglia di pazziare”. Questi, i loro “contatti primitivi, lontanissimi. Le cose non cambiano poi tanto, quando finalmente partorisce, solo dopo un po’ di tempo ella matura protezione nei confronti di Useppe ( l’”infanzia curata” ), ma non è mai qualcosa di sentito fortemente, rimane sempre su punte di freddezza, lei era troppo diversa da lui. Useppe amava la sua vita ma ella stessa lo frenava in quel mondo crudele; Ida era come se in fondo sapesse il futuro del figlio, ma non voleva ammetterlo, né a se stessa, né tantomeno agli altri. Quando invece Useppe inizia a rendersi conto che il mondo che lo circonda non è affatto quello a cui lui era abituato, del quale non può fidarsi come invece aveva fatto con il soldato tedesco, restituendogli la caramella alla menta,le cose iniziano a cambiare. La vista di quelle immagini presso l’edicola e poi ancora sul giornale che avvolgeva la frutta, lasciata da sua madre sul tavolo, apparentante non suscitano in lui nulla, ma è poi nel sonno che le sue paure lo soccombono e lo avvicinano alla madre, la quale ha vissuto anche lei quelle terribili esperienze.[…]­ “vide Useppe, seduto accanto a lei, mezzo fuori dal lenzuolo, che agitava le manucce freneticamente […]- “ è bbutto… è bbutto ...”. La visita dal professore che impedisce al bambino di giocare con la cavia, è uno dei più significativi incidenti che precipita il piccolo protagonista in uno stato di profonda infelicità […] ­ “No… no… vediamo” ammonì con la sua voce lenta”. Ed è adesso che avviene il capovolgimento del rapporto madre-figlio. L'infelicità di Ida ormai inizia a prendere piede anche nel piccolo Useppe, quel bambino che la Storia ha distrutto, che la guerra ha duramente provato, è questo il personaggio chiave del romanzo. La loro malattia attacca ormai un unico corpo, il loro non è più un rapporto, ma sono un unico individuo, l’esatto contrario di ciò che c’era prima. Questa “cosa” ereditata che, diviene elemento di coesione tra i due, farà sì che Ida sviluppi, esterni la maggior parte dell’amore per il suo Useppe, sentimenti che aveva sempre avuto nel più profondo del suo animo senza energia sufficiente per esternarli. Sul punto di morte del bambino, non avendo più forza di combattere le paure che la tormentavano ,si abbandona e dà libero sfogo, cadendo in preda alla pazzia. Con la morte del piccolo Useppe è come se morisse anche lei, Useppe è stato ucciso dalla Storia, senza nemmeno averla conosciuta, così come sua madre. A mio parere, quindi questo loro rapporto estremamente particolare, vicino e lontano, rende ambedue i personaggi carichi di significato ed esemplari, di due stadi di una stessa personalità.

 

Scritto da Lombardi Valeria