"Rapporto Madre - Figlio"

 

I talenti della madre secondo la Morante

INTRODUZIONE


Nelle opere morantiane è spesso presente un tema comune a tutti i romanzi dell’autrice, una sorta di costante della sua narrativa: la questione (uso apposta tale termine neutro per non caricarne positivamente o negativamente il significato) delle madri. Infatti nei romanzi della Morante sono protagoniste le donne, e soprattutto le madri; sono loro il fulcro delle vicende, ed è attorno a loro che ruota la storia. Ora, tale questione è molto evidente nel più famoso romanzo dell’autrice, sia a livello di pubblico che di critica: “L’isola di Arturo”, premio strega 1957. Il protagonista, Arturo appunto, è un ragazzo che non ha mai conosciuto la propria madre, morta mentre lo dava alla luce; questa sua condizione fondamentale influenzerà tutta la sua vita.
 

LA QUESTIONE VERA E PROPRIA


Ma perché questione? Perché, proprio in questo romanzo vi sono varie concezioni intorno all’argomento “madre”, e noi cercheremo di capire quale sia il vero pensiero dell’autrice. Arturo, ragazzo davvero insolito ai nostri occhi, vive in un castello semiabbandonato sull’isola di Procida; è stato cresciuto con latte di capra da un garzone napoletano, e praticamente vive solo, perché ha un padre, ma è sempre in viaggio per lavoro (o almeno così credeva lui). Egli non ha regole, vive libero e segue soltanto le sue regole, il suo decalogo personale. Ed è proprio una delle leggi di questo decalogo che a noi interessa: <<nessun affetto nella vita uguaglia quello della madre>>. Una certezza assoluta (così Arturo denomina le sue leggi), che può sembrarci ambigua, perché Arturo non ha mai conosciuto sua madre. Eppure, questo è un punto chiave della nostra questione: Arturo sente su di sé l’affetto della madre, la immagina come una trasfigurata che dimora in una tenda orientale, sospesa fra il cielo e la terra. Egli si sente colpevole per la morte della madre eppure sente su di sé la sua aurea positiva, e ha questa visione mistica della tenda.
Arturo, tra l’altro, è cresciuto senza conoscere figure femminili (tranne la sua cagna Immacolatella), e con un odio, un astio generalizzato nei confronti delle donne. Quest’odio lo ha ereditato dal padre, a sua volta ereditato da Romeo l’Amalfitano (il vero proprietario ormai defunto del castello dove Arturo vive). Il padre di Arturo, Wilhelm Gerace, è colui che ha un’altra concezione di madre, la nostra “questione” si allarga. Quando Arturo mostra al padre una vecchia fotografia e gli chiede chi sia quella donna contrassegnata da una crocetta, egli gli risponde: <<Già, è tua nonna, sì, è mia madre, […]. Anzi, per fortuna, fu>>. Wilhelm Gerace non ha un alta stima della propria madre, questo è chiaro, ma lo è ancor di più quando Wilhelm ha una viva discussione con la nuova moglie Nunziatella, (altro personaggio che allarga la nostra questione) in occasione della sua prima partenza da sposato: <<Non mi piace a me, il sacrificio. E i sacrifici materni…Aah! Per quante maligne femmine uno possa incontrare nella vita, la peggiore di tutte è la proprio madre! […]. Dalle altre femmine uno può salvarsi, può scoraggiare il proprio amore; ma dalla madre, chi ti salva? Essa ha il vizio della santità […]. Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né sé stesso, ma soltanto te! […]. Lei per natura non è libera, e vorrebbe che tu fossi asservito a lei. Questo è il suo amore di madre! […]. E dovunque tu scappi, lontano da lei non puoi salvarti dal suo amore, da quel parassita eterno!! >>. Beh, io direi che queste parole si commentano da sole; il suo odio nei confronti delle madri è più forte di quello che si può nutrire per il peggior criminale di questa terra!! Comunque, se noi togliessimo lo strato opaco di negatività del discorso di Wilhelm e lo volgessimo al positivo, esso è vero in tutto e per tutto. Infatti, Arturo che aveva assistito alla discussione, per la prima volta nella sua vita, era in disaccordo con suo padre, perché gli avrebbe fatto molto piacere ricevere tutte quelle attenzioni materne. Arturo, anche nei momenti di difficoltà, la prima persona a cui pensa è sempre la madre, come quando nell’atto di suicidarsi (per attirare su di sé un po’ di attenzione persa con l’arrivo del fratellastro) pensa: <<Un amico, non una donna, giacché le donne sono tutte una razza senza fede, e io non mi sarei innamorato mai di nessuna. La sola donna della quale avrei gradito la vicinanza era mia madre >>. Questa è un ulteriore conferma di quanto Arturo sentisse la mancanza della madre. Una mancanza che cercò di colmare con la propria matrigna, Nunziatella sua coetanea, della quale si innamorò e si scambiò anche un bacio. Nunziatella è il fulcro della vicenda di Arturo, è lei che apporta significativi cambiamenti nella vita del ragazzo. Elsa Morante la dipinge come una tipica figura mediterranea, sempliciotta, a volte ignorante, ma con una grande fede e un grande cuore.
A questo punto possiamo affermare che “L’isola di Arturo” è in parte un romanzo autobiografico, perché la Morante, nata da una relazione extraconiugale, per tutta la sua infanzia non visse coi genitori, ma con la sua madrina. Quindi la mancanza di sua madre, si riflette anche nel romanzo.
 

CONCLUSIONE


Per concludere dobbiamo pensare che l’ideologia morantiana sulle madri sia un fascio di luce; il romanzo dell’ “Isola di Arturo” è un prisma che scinde questa luce in vari colori. Questi colori sono rappresentati dai personaggi di Arturo, suo padre Wilhelm e Nunziatella. Raggruppando questi colori, ne esce nuovamente la concezione morantiana, cioè lei era adirata con la propria madre per averla abbandonata, la odiava, ma allo stesso tempo le mancava, ed era consapevole che l’amore di una madre, è il più grande amore che possa esistere!
 

Scritto da Leo Simone